I PRIMI ATTENTATI, I PRIMI CLAMORI E POI UN BUIO SU OGNI EVENTO DEVASTANTE
GENTE COMUNE, UOMINI E DONNE, IN UN LABIRINTO SENZA REGOLE ED I PRIMI A PAGARE SONO LORO STESSI
Il 23 Maggio
1992, nei pressi dell’ uscita di Capaci, pochi chilometri di autostrada, un
uomo, Giovanni Brusca aziona il timer
collegato a 500chili di tritolo, un boato spaventoso apre una voragine sulla
strada, muoiono il giudice, Giovanni Falcone, e sua moglie, Francesca Morvillo,
e 3 agenti della sua scorta.
L’ Italia
apprende la notizia al telegiornale incredula, abituata, comunque, alla conta
dei morti ammazzati dalla mafia, non riesce ad accettare la strage, l’ attacco
eclatante della vera propria azione di guerra è molte cose vengono capite, che
non solo il nemico era il giudice, ma anche molti comuni cittadini di uno “Stato impotente”.
In una
dichiarazione di Paolo Borsellino, affermata dalle sue parole: “La sua vita è
stata un atto
d’ amore
verso questa città, verso questa terra che lo ha generato. Perché se l’ amore è
soprattutto ed essenzialmente dare, per lui amare Palermo è la sua gente ha
avuto e ha il significato di dare a questa terra tutto ciò che era possibile
dare delle nostre forze morali, intellettuali e professionali per rendere
migliore questa città e la patria a cui essa appartiene … Sono morti tutti per
noi, per gli ingiusti, abbiamo un grande debito verso di loro e dobbiamo
pagarlo, continuando la loro opera … dimostrando a noi stessi e al mondo che
Falcone è vivo”.
In questo
modo continua intensificando le indagini, ascoltando i pentiti, cercando di
fare in fretta, consapevole di essere il prossimo bersaglio.
A 57 giorni
dalla morte di Falcone, il 19 luglio 1992, un’ altra strage colpisce il giudice,
Paolo Borsellino e 5 agenti della sua scorta, in via d’ Amelio nei pressi della
residenza materna. Già il tutto programmato nella cosiddetta riunione natalizia
del 1991 nella quale venne deliberata la morte di Giovanni Falcone e Paolo
Borsellino, riferita da Antonio Giuffrè nel corso del giudizio di rinvio
svoltosi davanti alla Corte d’ Assisi d’ Appello catanese. In quella stessa
riunione natalizia del 1991 si era già costituita e rinnovata (una decisione
non adottata in precedenza ma arrivata alla conclusione) e confermata, che venne
adottata già in epoca pregressa la decisione di ucciderli, in quanto i due
magistrati erano e continuavano ad essere una spina nel fianco per l’
organizzazione in ragione della persistente azione giudiziaria svolta. Quelle
stesse dichiarazioni sono parte integrante della richiesta di custodia
cautelare nei confronti di otto persone avanzata dal capo della Procura di
Caltanissetta Sergio Lari, del procuratore aggiunto Domenico Gozzi e dei
sostituti della Dda.
Nelle
dichiarazioni Giuffrè aveva riferito il contenuto del discorso che Salvatore
Riina aveva fatto ai presenti ed i temi che nella riunione erano stati trattati
facendo riferimento a dichiarazioni rese note da Riina e all’ atmosfera gelida
respirata in quei momenti in cui era arrivata la loro “resa dei conti e che
ognuno doveva prendersi le proprie responsabilità”, e di fronte alla reazione
prevedibile dello Stato dichiararono “ci pigliamo quello che viene” per aver
progettato e programmato un preciso piano di morte riguardante soggetti ben
individuati, “personaggi eccellenti”, tra i quali Falcone e Borsellino,
ritenuti per il loro operato “vecchi nemici” di Cosa Nostra, ed ancora ritenuti
estremamente pericolosi per le sorti dell’ organizzazione, in particolare
Falcone aveva trovato fra le tante una testimonianza, Tommaso Buscetta, che
grazie alle sue deposizioni furono fatti numerosi arresti, e si raccolsero
montagne di prove per istituire un processo, anzi un maxiprocesso a Palermo e
nel corso di un intervista aveva dichiarato: “Si muore generalmente perché si è
soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande … In Sicilia la mafia
colpisce i servitori dello Stato che lo Stato non è riuscito a proteggere”.
La stagione
delle stragi continuò, così come i depistaggi nelle indagini, gli accordi
segreti tra la mafia e gli esponenti corrotti delle istituzioni, ma qualcosa
cominciò a cambiare. Vennero inviati in Sicilia 20.000 soldati a proteggere sia
i giudici che i cittadini, arrivò un nuovo procuratore della Repubblica, Gian
Carlo Caselli, nel 1993 fu arrestato Toto Riina, il cosiddetto “capo dei capi”,
e poi uno dopo l’ altro gli altri capi mafiosi. Si moltiplicarono le
testimonianze dei pentiti, i processi andarono avanti.
Le
associazioni dei cittadini fecero sentire la loro voce, nacquero fondazioni intitolate
ai due giudici. Ancora oggi le sorelle, Maria Falcone e Rita Borsellino,
incontrano i ragazzi, in Sicilia e nel resto d’ Italia per raccontare, come
diceva Giovanni Falcone: “che la mafia non è affatto invincibile, è un fatto umano e come tutti i fatti umani
ha un inizio e avrà
una fine”.
Dopo 19 anni
ricompaiono le immagini di un video girato poco dopo la strage in cui appare
prima la presunta agenda rossa per terra accanto al cadavere di una vittima, e
successivamente un uomo che la scansa più volte, un video in mano agli
investigatori e che nessuno fino adesso aveva dato importanza, e come possa
essere arrivata in quel luogo dopo la scomparsa dell’ oggetto, e che la
somiglianza potrebbe essere, ma dalle dichiarazioni del procuratore Lari: “è
quasi impossibile fornire una spiegazione logica di come possa essere arrivata
nel luogo”, ed allo stesso modo altre due inchieste aperte ancora tutt’ora sul
contenuto del dossier arrivato al Procuratore Di Matteo, una a Palermo e l’
altra a Caltanissetta, come l’ indagine è ancora aperta per il mancato arresto
di Bernardo Provenzano e di altri dettagli non rivelati, come ha dichiarato il
procuratore Messineo. Sia la procura di Palermo che quella nissena stanno
identificando gli investigatori citati nella lettera, dal commento del
procuratore Lari: “ci stiamo muovendo, ma posso assicurare che lo stiamo
facendo con la massima prudenza”, ed aggiunge “che la Procura (i pm) di Caltanissetta
farà tutte le verifiche necessarie per accertare la verità, e soprattutto per
non ingrandire ulteriormente il mistero della scomparsa dell’ agenda rossa”.
La criminalità organizzata su un fronte politico imponeva come ancora oggi un potere parallelo a quello dello Stato un potere di violenza, di superiorità, di traffici di droga, di terrore, dall' altro lato, quindi sull' altro parallelo opposto quelli che credevano ancora oggi alla legalità, alla giustizia. La verità è scomoda a molte persone, che la coprono ancora oggi senza nessun ripensamento, senza scrupoli di coscienza, senza vergogna, ma solo la possibilità o la certezza di portare scompenso a molte famiglie, a molti ragazzi, giovani, questo fa sì di dare ancora a maggior ragione la possibilità di oscurare, avanzare e determinare inevitabilmente un boato, calmabile ragionando perchè a tutti c'è stata data la possibilità di ragionare, di pensare, non voglio pensare che ancora oggi lo siamo, anzi forse lo eravamo, che alla prima irritazione si correva, si detestava l' altro, ci si accaparrava e ci si accaparra la facoltà di dirigere e di impossessarsi anche della vita altrui, come se ognuno deve comandare sull' altro non avendo la libera scelta di decidere per se stessi della propria vita, ma c'è sempre chi di potere, superiore e non, lo imprime sull' altro immobilizzandolo, schiacciandolo senza dare tregua e respiro, fino a togliere anche quel pò di ossigeno rimasto, per far sì di non poter sbraitare, urlare e far tacere ogni singolo evento, situazione insostenibile vissuta, messa al chiuso, coperta dall' arroganza di chi si può permettere di poter fare questo ed altro nella propria vita o accaparrandosi anche la vita altrui e manipolarla, fino a non far vivere più gli individui che lì appartiene la loro stessa vita anzi distruggendola definitivamente.
Due giudici, come tanti altri uomini di giustizia, che hanno raccolto lo sforzo di tanti morti prima di loro, che hanno saputo arrivare vicino al cuore del potere mafioso. La reazione è stata brutale con due attentati a distanza ravvicinata che hanno annientato i giudici e gli uomini e le donne che dovevano proteggerli. Ma da quel momento lo Stato ha impresso una nuova forza alla lotta alla mafia decapitando e annientando ancora oggi il vertice dell' organizzazione mafiosa.
La criminalità organizzata su un fronte politico imponeva come ancora oggi un potere parallelo a quello dello Stato un potere di violenza, di superiorità, di traffici di droga, di terrore, dall' altro lato, quindi sull' altro parallelo opposto quelli che credevano ancora oggi alla legalità, alla giustizia. La verità è scomoda a molte persone, che la coprono ancora oggi senza nessun ripensamento, senza scrupoli di coscienza, senza vergogna, ma solo la possibilità o la certezza di portare scompenso a molte famiglie, a molti ragazzi, giovani, questo fa sì di dare ancora a maggior ragione la possibilità di oscurare, avanzare e determinare inevitabilmente un boato, calmabile ragionando perchè a tutti c'è stata data la possibilità di ragionare, di pensare, non voglio pensare che ancora oggi lo siamo, anzi forse lo eravamo, che alla prima irritazione si correva, si detestava l' altro, ci si accaparrava e ci si accaparra la facoltà di dirigere e di impossessarsi anche della vita altrui, come se ognuno deve comandare sull' altro non avendo la libera scelta di decidere per se stessi della propria vita, ma c'è sempre chi di potere, superiore e non, lo imprime sull' altro immobilizzandolo, schiacciandolo senza dare tregua e respiro, fino a togliere anche quel pò di ossigeno rimasto, per far sì di non poter sbraitare, urlare e far tacere ogni singolo evento, situazione insostenibile vissuta, messa al chiuso, coperta dall' arroganza di chi si può permettere di poter fare questo ed altro nella propria vita o accaparrandosi anche la vita altrui e manipolarla, fino a non far vivere più gli individui che lì appartiene la loro stessa vita anzi distruggendola definitivamente.
Due giudici, come tanti altri uomini di giustizia, che hanno raccolto lo sforzo di tanti morti prima di loro, che hanno saputo arrivare vicino al cuore del potere mafioso. La reazione è stata brutale con due attentati a distanza ravvicinata che hanno annientato i giudici e gli uomini e le donne che dovevano proteggerli. Ma da quel momento lo Stato ha impresso una nuova forza alla lotta alla mafia decapitando e annientando ancora oggi il vertice dell' organizzazione mafiosa.
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